Noi fummo i Gattopardi, i Leoni.

Leggo il Gattopardo. E trovo risposte alle domande nate lo scorso settembre, quando da sola ho visitato la città di Palermo.

Questo romanzo, scritto ormai 60 anni fa, chiarisce in maniera esatta ciò che ho visto, annusato, ascoltato e toccato nella mia esperienza siciliana.

Qui è il Principe a parlare ed a spiegare il perché non voglia accettare la carica di Senatore del Regno e di come le lusinghe di Chevalley scivolino su di lui come l’acqua sulle foglie delle ninfee.

Credo che questa pagina debba essere letta da chiunque abbia, almeno una volta nella vita, visitato la meravigliosa terra sicula.

“Siamo vecchi Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il La; noi siamo bianchi quanto lo è lei e quanto lo è la Regina d’Inghilterra; eppure da 2500 anni siamo colonia..

..Il sonno  è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali..

..Noi siciliani siamo in un voluttuoso torpore dovuto prima di tutto a noi stessi, alla Sicilia, al clima, al paesaggio. Queste sono le forze che insieme hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’arsura dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, come dovrebbe essere un paese fatto per essere dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno sotto a Randazzo e la bellezza della Baia di Taormina; questo clima, che ci infligge 6 mesi di febbre a quaranta gradi; li conti Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle nostre teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo. Da noi si può dire che nevichi fuoco come sulle città maledette della Bibbia; e poi c’è l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le piogge, sempre tempestose, che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove due settimane prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti: tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti e presto detestati, sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori di imposte, spese poi altrove. Tutte queste cose hanno formato il carattere nostro e ci hanno resi vecchi, vecchissimi e molto stanchi”.

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